Reinventare la scienza: perché Braiding Sweetgrass di Robin Wall Kimmerer rimane vitale

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Quindici anni dopo la sua pubblicazione, Braiding Sweetgrass di Robin Wall Kimmerer non è invecchiato fino a diventare una reliquia; piuttosto, è maturato fino a diventare un testo essenziale per comprendere l’intersezione tra ecologia, etica ed epistemologia. Il libro affronta una lacuna persistente nel discorso ambientale: mentre il linguaggio della riconciliazione e del rispetto per la conoscenza indigena è ormai un luogo comune, l’integrazione pratica di queste visioni del mondo con la scienza occidentale spesso rimane sfuggente.

Kimmerer, botanico e membro della nazione Potawatomi, non offre un manifesto politico. Invece, fornisce una dimostrazione vissuta di come appare nella pratica la scienza indigena. Il suo lavoro sfida il coinvolgimento storico della scienza occidentale con il colonialismo e l’estrazione, proponendo invece che l’indagine scientifica possa essere rimodellata ponendo domande diverse, progettando esperimenti con etica relazionale e interpretando i risultati attraverso una lente di reciprocità.

Sfidare il mito dell’essere umano “assente”.

Uno degli esempi più convincenti del libro riguarda un esperimento sull’erba dolce, una pianta con un profondo significato cerimoniale in molte nazioni indigene. Kimmerer e i suoi colleghi hanno cercato di determinare in che modo i diversi metodi di raccolta influiscono sulla salute della pianta. Hanno confrontato appezzamenti in cui l’erba dolce veniva estratta dalle radici, appezzamenti in cui veniva accuratamente pizzicata alla base e appezzamenti di controllo lasciati intatti.

I risultati hanno sfidato la saggezza convenzionale della conservazione:

  • Gli appezzamenti non trattati sono stati i peggiori, mostrando segni di stagnazione e declino.
  • Gli appezzamenti raccolti hanno prosperato, indipendentemente dal metodo specifico utilizzato.

Questa scoperta ha sconvolto un gruppo di scienziati maschi, prevalentemente bianchi, che hanno esaminato il lavoro. Il loro scetticismo derivava da un presupposto fondamentale dell’ambientalismo occidentale: che gli esseri umani sono intrinsecamente estranei alla natura e che la nostra presenza inevitabilmente degrada l’ecosistema. Secondo questo paradigma, la strategia di conservazione ideale è il ritiro : la convinzione che l’essere umano migliore sia quello assente.

Il lavoro di Kimmerer, tuttavia, è in linea con le tradizioni di gestione del territorio degli indigeni che vedono un’interazione sostenuta e rispettosa come essenziale per la salute ecologica. Questa non è semplicemente una posizione filosofica; viene sempre più rivendicato dalla scienza moderna. Oggi, gli ecologisti del fuoco riconoscono che le pratiche controllate di incendi indigeni riducono il rischio di incendi catastrofici e gli ambientalisti stanno studiando attivamente le tecniche di raccolta indigene per gestire meglio le risorse naturali.

Oltre la critica: un atto di guarigione

L’urgenza di Braiding Sweetgrass risiede nella sua capacità di andare oltre la critica verso la guarigione. In un’era definita dal collasso ecologico, Kimmerer invita i lettori ad abbandonare la concezione di sé che vede gli atti ordinari – mangiare, raccogliere, respirare – come intrinsecamente estrattivi. Propone un passaggio da colpa e alienazione a responsabilità e gratitudine.

Questa non è una visione sentimentale della natura come figura puramente materna, né una narrazione semplicistica dell’umanità come cattiva o salvatrice. Kimmerer abbraccia la nostra ambivalenza: siamo bambini estranei, intrusi negligenti, amministratori devoti e testimoni curiosi. La sua tesi centrale è che per affrontare le crisi ambientali dobbiamo abbandonare la finzione che siamo separati dalla natura.

Una nuova lente per la conoscenza

Il risultato finale del libro è il rifiuto di forzare una scelta tra la scienza occidentale e la conoscenza indigena. Verso la fine, Kimmerer chiede al lettore di guardare un fiore attraverso due lenti simultanee:

  1. La lente scientifica: Un trionfo dell’evoluzione, con pigmenti sintonizzati per attrarre pollinori e forme modellate da milioni di anni di selezione.
  2. La lente indigena: Un dono, un parente e un invito alla relazione.

La conoscenza indigena non sostituisce la visione scientifica; si deposita su di esso, aggiungendo profondità e significato. Braiding Sweetgrass sostiene che la scienza non ha bisogno di rinunciare ai propri metodi o standard. Ha invece bisogno di ricordare ciò che spesso dimentica: che la conoscenza non riguarda solo il controllo, ma anche la cura. Non è solo uno strumento per vedere la natura, ma una guida per appartenervi.

In un mondo che si trova ad affrontare una crisi ecologica, l’integrazione del rigore scientifico con l’etica relazionale offre una via da seguire, non ritirandosi dalla natura, ma impegnandosi con essa in modo più profondo e responsabile.