Ultra-Maratone: il tributo nascosto sulle cellule del sangue

21
Ultra-Maratone: il tributo nascosto sulle cellule del sangue

Secondo un nuovo studio, spingere il corpo umano ai suoi limiti assoluti – come fanno i corridori di ultra maratona – può infliggere danni misurabili a livello cellulare. I ricercatori hanno scoperto che la corsa di resistenza estrema fa sì che i globuli rossi diventino meno flessibili, ostacolando potenzialmente l’apporto di ossigeno e la rimozione dei rifiuti in tutto il corpo.

La varietà cellulare dalla resistenza estrema

Lo studio, condotto da un team internazionale, si è concentrato su 23 corridori d’élite che gareggiavano su distanze che vanno da una maratona standard (40 chilometri) a un’ultra-maratona (171 chilometri). I campioni di sangue prelevati prima e immediatamente dopo le gare hanno rivelato che i corridori di ultramaratona hanno subito danni significativamente maggiori ai loro globuli rossi rispetto a quelli che correvano distanze più brevi.

I globuli rossi sono particolarmente vulnerabili: a differenza di altre cellule, sono privi di nucleo e non possono ripararsi attraverso la sintesi proteica. I danni osservati includevano una maggiore rigidità, un invecchiamento accelerato e un’iperattivazione dei meccanismi di riparazione cellulare, tutti segni di uno sforzo che supera la capacità di recupero immediato del corpo.

Non si tratta solo di stanchezza temporanea. L’inflessibilità dei globuli rossi potrebbe limitare il loro movimento attraverso i capillari, riducendo potenzialmente l’apporto di ossigeno ai tessuti. Inoltre, le cellule più rigide vengono eliminate dalla circolazione più rapidamente, portando a un calo del numero delle cellule del sangue.

I limiti del recupero umano

I ricercatori sottolineano che questo danno si verifica perché le distanze dell’ultra maratona spingono il corpo oltre la sua innata capacità di recuperare completamente durante l’evento stesso. Ciò solleva domande cruciali sulle conseguenze a lungo termine dello stress ripetuto del corpo in questo modo. Lo studio non ha monitorato i corridori a lungo termine, lasciando aperta la possibilità di danni cumulativi.

Come spiega il biochimico Travis Nemkov, “Ad un certo punto tra le distanze della maratona e dell’ultra-maratona, il danno inizia davvero a prendere piede… non sappiamo quanto tempo impiega il corpo per riparare quel danno, se quel danno ha un impatto a lungo termine e se quell’impatto è positivo o negativo”.

Approfondimenti inaspettati: conservazione del sangue e fisiologia dell’atleta

È interessante notare che il danno cellulare osservato nei corridori di ultra-maratoneta rispecchia da vicino il degrado osservato nel sangue conservato utilizzato per le trasfusioni. Questa sorprendente sovrapposizione suggerisce che lo studio degli atleti di resistenza estrema potrebbe offrire nuovi modi per preservare la funzione delle cellule del sangue in ambito medico.

“Questo studio dimostra che l’esercizio di resistenza estrema spinge i globuli rossi verso un invecchiamento accelerato attraverso meccanismi che rispecchiano ciò che osserviamo durante la conservazione del sangue”, afferma il biochimico Angelo D’Alessandro. “La comprensione di questi percorsi condivisi ci offre un’opportunità unica di imparare come proteggere meglio la funzione delle cellule del sangue sia negli atleti che nella medicina trasfusionale”.

Il quadro più ampio

Lo studio, anche se piccolo, evidenzia il costo biologico di oltrepassare i limiti umani. Ciò non scoraggia la partecipazione alle ultra-maratone, ma sottolinea che tali eventi non sono privi di sforzo fisiologico misurabile. Saranno necessarie ricerche future con gruppi più ampi e su periodi di tempo più lunghi per determinare se questo danno si accumula o se il corpo si adatta completamente. Per ora, i risultati servono a ricordare che anche gli atleti d’élite non sono immuni dalle conseguenze del superamento delle soglie biologiche.